Una volta, oltre 100 anni fa, c'era un bellissimo palazzo con un enorme parco situato tra il canale di Burana ed il fiume Panaro, nei pressi del cimitero del capoluogo. La famiglia Borselli donò questo stabile ai cittadini di Bondeno affinchè ne facessero il proprio nosocomio.
Allora non v'erano le tecnologie odierne. Quando le donne avevano forti mal di testa, oppure gli uomini soffrivano di pressione alta, li si curava con le sanguisughe.
Passarono quindi gli anni, 2 guerre mondiali, la miseria... ma l'ospedale era sempre lì. Con i suoi enormi spazi, dove nascevano i bambini, si operavano i vecchi, si curavano i malati. Per un'appendicite si stava ricoverati anche 10 giorni. Un tempo, oggi, impensabile.
Quindi venne la riforma della sanità: con la famosissima legge 833 del 1978 si istituì il S.S.N. ed il territorio venne diviso in USL (prima di queste c'erano le mutue, retaggio delle lotte per l'emancipazione dei lavoratori). Il potere decisionale gradualmente passò dalla politica (per la gestione dell'ospedale c'era un comitato con a capo un presidente, espressione di chi governava) ai manager, nominati dalle regioni. Fu così che, negli anni Novanta si iniziò a mettere mano ai costi abnormi della sanità pubblica.
La Regione Emilia-Romagna (che come le altre regioni aveva ricevuto il compito dallo Stato centrale di gestire la sanità nel proprio territorio) pensò bene di iniziare a rimodulare (che significa chiudere) gli ospedali più piccoli o comunque quelli con un minore bacino d'utenza.
Facendo un rapido calcolo si vide che quelli che potevano essere 'rimodulati' per primi erano: Codigoro, Portomaggiore e Bondeno.
La Regione, insieme all'USL (che nel mentre era diventata una, da 3 che erano nel '78 in provincia di Ferrara) ed alle istituzioni locali, iniziò una trattativa serrata per chiudere o accorpare alcuni reparti. I medici, sia quelli ospedalieri sia quelli di famiglia, iniziarono una lunga battaglia, talvolta fatta di colpi bassi e strumentalizzazioni. Per coloro che nell'ospedale Borselli lavoravano, vedersi chiudere i reparti, significava innanzi tutto andare a lavorare altrove. Se poi 'rimodulare' significava anche migliorare la qualità dei servizi poco importava. Prima di tutto bisogna tutelare il proprio status.
Fu così che, a metà degli anni Novanta, gli amministratori locali si trovarono a fronteggiare una questione più grande di loro. Come fare per tutelare la salute dei propri concittadini e rispettare le direttive della regione? Venne individuato un pool di esperti, guidati dal dott. Basaglia, i quali diedero vita ad un progetto di forte risistemazione del nosocomio bondenese. Questo piano prevedeva la chiusura di numerosi reparti, in particolare quelli per acuti, lasciando i laboratori analisi, alcuni tipi di chirurgia (quelli che oggi vengono definiti day hospital) ed alcuni ambulatori per visite specialistiche.
Molti cittadini ed in seguito l'opposizione (allora guidata dall'attuale sindaco e dall'ing. Scapoli) insorsero ed iniziarono una lunga battaglia. Al contempo la giunta di centrosinistra appariva inerte, incapace di cavalcare l'onda del malcontento e di rilanciare al fine di spiegare che la soluzione prospettata nel piano Basaglia non era sufficiente per la popolazione locale.
Le proteste continuarono per almeno un paio d'anni - nacquero 2 comitati - con tanto di fiaccolate e manifestazioni pubbliche che coinvolgevano centinaia, per non dire migliaia, di cittadini matildei.
Tutto ciò portò ad uno stallo e ad una solo parziale rimodulazione dei servizi dell'ospedale di Bondeno. Ciò significò che neppure quel poco che veniva proposto nel piano Basaglia fu realizzato, anzi iniziò il depauperamento dell'esistente, in parte favorito dal boicottaggio di alcuni soggetti che lavoravano nel mondo della sanità locale. Questo, contemporaneamente, favorì l'ospedale di Cento il quale, nonostante si trovasse dislocato in un'area infelice (nel centro storico del paese), fu agevolato dai tentennamenti e dalle faide intestine bondenesi e potè quindi rafforzarsi.
Finalmente, nel 1999, si tennero le Elezioni Amministrative. Il sindaco uscente non venne ricandidato poichè ritenuto incapace di governare. Mentre il centrodestra, seppur da principio diviso, colse l'occasione al volo e - cavaldando l'onda del malcontento - fece una campagna elettorale aggressiva quasi tutta incentrata sulla proposta di riapertura dell'ospedale. Addirittura vi fu una lista civica (capitanata dall'ex sindaco socialista, ora assessore nella giunta di destra di Cento) che aveva come logo la facciata del Borselli e dichiarava nel suo simbolo: "Per riaprire l'ospedale".
Nonostante la vittoria, il centrodestra non riuscì nei propri intenti. Provò a vagliare un'eventuale privatizzazione (cercando un accordo con quelli del San Raffaele di Milano), rilanciò azioni populiste (lenzuolate, volantinaggi, altre manifestazioni di piazza) ma non vi fu nulla da fare.
Con gli anni 2000 la sanità pubblica in Italia ha visto i conti sempre più in rosso: ormai tutte le regioni stanno seguendo l'esempio dell'Emilia-Romagna e chiudono o 'svendo' i propri ospedali); al contempo sono nate nuove modalità di concepire le politiche per la salute, volte ad incentivare la domiciliarità ed a limitare il più possibile le degenze. Il tema dell'ormai ex ospedale sembra così venuto meno. Soprattutto interessa poco alla politica oggi impegnata a parlare di ronde, viabilità e crisi economica.
Ora che si approssima la campagna elettorale qualcuno, su stampa locale e siti internet, prova a rilanciare questo tema, ma non sembra trovare grandi consensi ed interesse. I tipi del
Gruppo Proposta - rimediando una figura barbina - hanno inserito nel loro sito un documento relativo la salvaguardia del Borselli ma
si sono visti rispondere duramente dai comacchiesi. Questi ultimi hanno vissuto una situazione simile alla nostra ma, anche attraverso azioni violente, sono stati in grado di mantenere aperto il proprio ospedale. Ciò a scapito dei cittadini dell'Emilia-Romagna poichè - sebbene i costi del San Camillo non gravino sul budget dell'ASL di Ferrara - l'ente deve elargire ogni anno milioni di euro per mantenere una struttura ospedaliera come quella di Comacchio che si trova a soli 9 Km dal nuovissimo polo di Valle Oppio (nel comune di Lagosanto).
Al momento, oltre all’ospedale Sant’Anna di Ferrara vi sono altri 4 ospedali per acuti nella nostra provincia: Argenta, Cento, Lagosanto (Valle Oppio) e Comacchio. Vi sono quindi alcuni ex nosocomi i quali vedono al proprio interno attività ambulatoriali, di day hospital e lungodegenza (RSA, LPA, case protette, hospice): Copparo, Bondeno (con superstiti presidi sanitari o socio-sanitari a Portomaggiore, Codigoro, Tresigallo). Questi ultimi due in particolare, con l’avvio del nuovo polo ospedaliero di Cona (apertura prevista nel 2010, dopo oltre 20 anni!) dovranno subire una forte rimodulazione. Va quindi tenuto conto che il governo Berlusconi ha in previsione, a partire dal 2010, un forte taglio di fondi dallo stato alle regioni in merito la sanità.
Attualmente nessun candidato sindaco, forse memore dei flop del passato, ha ancora effettuato proposte sulla sanità locale.